8 cose che ho imparato su New York leggendo Adam Gopnik

8 cose che ho imparato su New York leggendo Una casa a New York di Adam Gopnik. La lettura si è trasformata in un viaggio in città.

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Non serve leggere un tradizionale libro di viaggio per scoprire qualcosa di nuovo su una città o una destinazione. A volte basta immergersi tra le pagine di un romanzo, di un libro di qualcuno che vive in un luogo particolare.


 Leggi anche: New York: cosa vedere e cosa fare se la visitate per la prima volta


Ho letto Una casa a New York di Adam Gopnik ed ecco tutto quello che ho imparato sulla Grande Mela.

View from the Brooklyn Bridge.

New York è un po’ come Venezia

Ho imparato che New York è un mondo a sé, una città che non può e non potrebbe mai rappresentare davvero il suo Paese. È indipendente e, in un certo senso, proprio per questo suo essere diversa è un po’ quello che Venezia è per l’Italia.

«New York è una città di gente che si muove a piedi, in un paese di automobili; New York è una città in cui la gente porta i panni sporchi al lavasecco del quartiere, scarpinando per tre isolati. Noi ci affidiamo ai piedi e al treno, e qualche pedalata ricreativa in bicicletta, mentre l’America è – prima di tutto, soprattutto e definitivamente – un paese di automobili e di lavatrici».

59th.

I cancelli di Central Park hanno tutti un nome

Quando ho visitato Central Park non ci ho fatto caso e ho letto questo libro solo una volta tornata a casa. Un peccato, perché di sicuro avrei fatto molta più attenzione ai nomi dei cancelli del polmone verde di New York. Primo fra tutti il Children’s Gate, fra la Settantaseiesima Strada e la Quinta Avenue.

«I nomi dei cancelli del parco – poco più che aperture nel basso muro di pietra che lo delimita – sono fra i suoi monumenti più poetici e al tempo stesso meno noti.

Momentaneamente colti da un curioso capriccio ruskiniano, gli architetti Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux diedero un nome a tutti gli ingressi di Central Park, facendo in modo che ogni classe di persone avesse la sua entrata; un parco per tutti, con entrate per ogni categoria. C’era, e c’è tuttora, un Miners’ Gate, il cancello dei minatori, e uno Scholars’ Gate, il cancello degli studiosi e – per lungo tempo il mio preferito – lo Strangers’ Gate, il cancello degli stranieri, che si apre a nord, sul versante occidentale del parco.

Il Children’s Gate è uno dei meno noti, sebbene sia il più invitante di tutti. Molto spesso non si riesce nemmeno a leggere il suo nome, perché per dodici ore al giorno un venditore di hot dog e di brezeln parcheggia il suo carretto e la sua malinconia proprio di fronte al punto in cui il nome è inciso sulla pietra. È un peccato. Infatti, sebbene sia passato molto tempo da quando l’ultimo minatore entrò in Central Park attraverso il suo cancello, i bambini effettivamente continuano a entrare e uscire dal loro – ed essendo bambini, sarebbero felici di saperlo».


 Leggi anche: Central Park a New York: cosa fare e cosa vedere per vivere il parco


Uno degli archi di Central Park

Prendere un taxi può trasformarsi in una lotta

Mi è capitato di prendere un taxi a New York solo una volta: dall’aeroporto JFK a Manhattan. Mi sono sempre mossa a piedi, in metro o in autobus e quindi non ho mai provato l’emozione di alzare il braccio per fermarne uno. Leggendo le parole di Gopnik non mi dispiace poi tanto.

«Cercando un taxi […] qui ognuno – uomo o donna che sia – combatte per sé stesso, e non ci sono regole. Un uomo – o, come accade più spesso, una donna – ti si piazza davanti a mezzo isolato di distanza, voltandoti le spalle ma perfettamente consapevole della tua presenza (il newyorkese conosce bene quel guardarsi intorno furtivo, appena abbozzato), facendo cenno all’autista con la mano alzata.

E a quel punto non c’è niente da fare: nessuna censura, nessun appello alla lealtà, nessuna utilità nel far riferimento a quel contratto sociale implicito di cui i filosofi amano parlare e in virtù del quale, nella città ideale, ci concederemmo reciprocamente il diritto di chiamare i taxi su un intero isolato cittadino, o quanto meno aderiremmo alla clausola dei diritti acquisiti: non si può passare davanti ad un altro essere umano che oltre a essere in ritardo per la visita dal pediatra ha già il braccio alzato».

Taxi a New York

Essere un pedone è (anche) una questione di sopravvivenza

Non so se è perché i semafori pedonali ora ci sono o perché, durante il mio viaggio, non sono mai stata né di fretta né spericolata, ma questo aspetto della vita newyorkese non l’ho notato.

«Migliaia di tonnellate di metallo percorrono fragorosamente le strade mentre migliaia di pedoni ingaggiano con loro una prudente versione del gioco del pollo, e tutto quel che trattiene gli uni dal distruggere gli altri è un livello minimo di fiducia fra il pedone avventato e l’autista avventato.

Non ci sono attraversamenti pedonali, come a Londra, né molti vigili urbani con l’aria accigliata, come a Parigi; c’è semplicemente una consapevolezza – simile a quella esistente tra vicini di casa – del fatto che, per quanto possiamo odiarci e provare un reciproco risentimento, non ci uccideremo: quanto meno, non più spesso dello stretto necessario».

Broadway

New York cambia in continuazione

Questo, invece, l’ho notato soprattutto una volta tornata a casa. Non per niente mi sono ritrovata a scrivere una lettera a New York proprio per parlare dei suoi cambiamenti. La città è in continuo movimento, in continua trasformazione ed è difficile rimanere al passo.

«Conobbi un uomo che stava disegnando una mappa perfetta di New York. […] aveva trasformato ogni isolato, ogni strada e ogni riparo – tutto quanto, in ognuno dei cinque boroughs di New York! – in altrettante figure geometriche ben disegnate, dai colori brillanti, disseminate su un reticolo di quadrati. […]

L’inghippo era che quella mappa, con tutta la sua maniacale perfezione, non era finita, né avrebbe mai potuto esserlo, perché la città che descriveva era troppo «dinamica» e cambiava ogni giorno rendendo obsoleto il disegno appena ultimato. Quando tutto aveva trovato il suo posto […] arrivava sempre qualcuno con la scoraggiante notizia: qualcosa era cambiato, e immancabilmente di parecchio. E così ogni volta che aveva quasi finito, l’uomo doveva ricominciare tutto daccapo.

Conservo un piccolo settore di quella mappa nel mio studio, mi serve da promemoria per ricordare alcune verità su New York: la prima è che una mappa reale della città richiama alla mente quella personale e interiore che noi ci siamo fatti di essa. […] New York è una città da camere in affitto, una città dalle molte mappe: noi continuiamo a ridisegnarle e, consapevoli o no, proviamo un senso di gratitudine se, rispetto all’ultimo rilevamento, riusciamo ancora a trovare, affiorante dall’acqua, un’unica isola che ci sia familiare».


 Leggi anche: Cara New York. Una lettera a lei e una a me


View from the High Line

La metropolitana è meglio degli autobus

Muoversi in metropolitana a New York è una delle cose migliori: veloce, evita il traffico, ti porta dal punto A al punto B senza imprevisti. Mi è capitato di usare anche gli autobus, ma ho preferito di gran lunga la prima. Adam Gopnik pare pensarla come me.

«La cecità nei confronti degli autobus è una classica malattia di New York; di tutte le routine della vita, qui il bus è quella meno celebrata, la meno incline a darti una stretta al cuore o a essere elevata a simbolo della nostra condizione. Il taxi ha la sua tradizione movimentata, la metropolitana la sua leggenda, e il Town Car [N.d.T. Autonoleggio di lusso] una certa qualità iconica alla Michael Douglas in stile Wall Street; certo è che se in letteratura esiste una scena memorabile che si svolge su un autobus, o se in un film esiste un momento indimenticabile su un bus di New York, io non ci sono mai incappato. […]

Se mi aveste chiesto perché evitassi gli autobus, credo avrei risposto che gli autobus sono fatti per i vecchi, o che prendere l’autobus mi avrebbe portato a un passo dal non vivere per niente a New York […]. E poi non andavo sull’autobus perché quando arrivammo qui, al principio, mi piaceva moltissimo la metropolitana – intensa, perversa, lurida – l’autobus pareva una grigia necessità borghese […]. Eppure, [nella metropolitana] c’era qualcosa di sublime.

Sebbene sapesse essere incidentalmente spaventosa era anche, e lo era in modo sistematico, rassicurante: non avrebbe dovuto funzionare; aveva smesso di funzionare; eppure funzionava – vandalizzata, brutalizzata, trattata come una tela per dipingere o come un pisciatoio, comunque affidabile, ti portava ovunque volessi andare. Era una presenza amabile sotto i piedi – rintronante, insonne, sbuffante, più una divinità da rabbonire e ammirare che non una cosa dominata da chi la possedeva».


 Leggi anche: Come muoversi a New York: metropolitana, autobus e taxi


Fermata del bus a New York

Times Square è una margherita al neon

Times Square è forse il luogo che mi è piaciuto meno di Manhattan. Troppo turistico, caotico, come lo definisce Gopnik “una margherita al neon”. Finta e incredibilmente luminosa.

«Nessun’altra parte di New York ha mai avuto una sensibilità così melodrammatica, così da «anello dell’umore», per i cambiamenti storici della città legandosi a un’immagine diversa per ogni decennio. Ci fu la Times Square dei primi del secolo scorso, con i giardini pensili e le showgirls; la Times Square degli anni Venti, elegante e trasgressiva, con le canzoni di Ziegfield e Youmans; la Times Square degli anni Trenta, quella di 42nd Street, tutta chorus lines e intraprendenza; quella degli anni Quaranta, reduce dalla vittoria, celebrata in Un giorno a New York, piena di marinai che baciavano ragazze; la Times Square degli anni Cinquanta, appassita e in bianco e nero, quella di Piombo rovente, con il fumo degli hot dog e i beat trasandati; e poi la Times Square degli anni Sessanta e Settanta, di Un uomo da marciapiede e di Taxi Driver, dove tutto andava a pezzi e i tombini esalavano l’alito dell’inferno. Nessun altro luogo in città è mai salito tanto in alto e sceso tanto in basso. […]

Adesso abbiamo la nuova Times Square, nuova come una margherita al neon, con un gigantesco Gap, un Niketown, un Applebee’s, una ESPN Zone, e gli annunciatori televisivi al di là dei vetri affumicati […]. Per certi aspetti, la piazza non ha mai avuto un aspetto migliore, con le linee diagonali declinanti del Reuters Building, l’insegna curva Art Déco, e perfino il gigantesco dinosauro finto da Toys «R» Us. […]

Ad ogni modo, nella Times Square contemporanea c’è qualcosa di spettrale. Non sei tu a camminare attraversandola, è lei che attraversa te».


 Leggi anche: Times Square e dintorni: cosa fare e cosa vedere


Times Square.

I grandi magazzini sono dei transatlantici in panne

Non sono una di quelle persone che amano i grandi magazzini, ma, per curiosità, ho fatto un giro sia da Bloomingdale’s che da Macy’s. Anche in questo caso le parole di Gopnik riescono a mettere nero su bianco ogni mia sensazione.

«Gli enormi grandi magazzini di New York stanno lungo i viali della città come transatlantici di lusso in panne in una laguna: grandi navi in acque basse. Tutt’attorno a loro, i sambuk, le giunche e i motoscafi veloci di nuovo commercio al dettaglio nazionale – i vari Staples, Victoria’s Secret, Banana Republic e Gap – strombazzano, offendono le loro sorelle e tagliano loro la strada. […] Saks e Berdorf e Bloomingdale’s – navi immense e lente – li guardano dall’alto in basso e cercano di mantenere una rotta costante, ma l’acqua intorno alla loro chiglia è sempre più bassa.

È una sorta d’installazione museale: il grande magazzino come esercizio astratto di attribuzione di nomi e di marche, nonché di esibizione: senza nessuna urgenza commerciale. […] Il cliente non entrava come si entra in un magazzino – con l’occhio alla commessa implorante e una mano sul pomolo della porta, solo per dare un’occhiata – ma come si entra in una biblioteca o in un club: a grandi passi, con piacere».


 Leggi anche: Sei libri ambientati a New York: vivere la città tra le pagine


Bloomingdale's.


Dove dormire a New York


Dove dormire a New YorkDurante il mio viaggio a New York ho soggiornato all’Hotel Mela*, a due passi da Times Square.

Le camere sono pulite e comode, leggermente più spaziose rispetto ad altre di Manhattan. In più l’albergo si trova in una posizione strategica per scoprire l’intera città perché Times Square non è solo centrale, ma è anche servita da molte linee della metropolitana.


Avete mai letto questo libro di Adam Gopnik? Quale di queste cose vi colpisce di più o che ricordi avete di New York? Lasciate un commento 🙂

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Informazioni

Adam Gopnik è un autore americano, vive a New York e scrive per il New Yorker dal 1986. Ha vinto tre volte il National Magazine Award for Essays and for Criticism e il George Polk Award for Magazine Reporting.

Il libro Una casa a New York*, tradotto in italiano da Isabella C. Blum, è edito da Guanda ed è possibile acquistarlo in tutte le librerie e online (ISBN 978 88 6088 739 9).

Le immagini sono state scattate con una Canon 1100D*. Per vedere le altre potete sfogliare il mio album su Flickr.

Se state organizzando il percorso per la vostra prima volta a New York vi consiglio di dare un’occhiata alla pagina con tutti gli articoli su New York.


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6 Comments

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    Io adoro la metropolitana di NYC. Non è bella, ma è.. New York! Non è pulita e organizzata come quella di Londra, anzi, se ci si allontana da Manhattan diventa sempre più squallida e puzzolente, ma ha un fascino incredibile. Mi piace troppo! 😀

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