New York nel Novecento: verso la modernità

Un viaggio A New York Nel Novecento insieme a Edward Rutherfurd. Il secolo che ha reso la città quella che noi conosciamo oggi. La quinta tappa di questo viaggio tra le pagine.

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New York nel Novecento comincia a trasformarsi veramente nella città che noi oggi conosciamo. Le antiche famiglie storiche lasciano il posto ai nuovi ricchi e compaiono alcuni luoghi di svago e intrattenimento ancora attivi. Se da una parte si sviluppano i nuovi quartieri residenziali, dall’altra si formano quelli dei nuovi immigrati, arrivati in città dall’Europa, ma non solo.

Dopo aver scoperto la Manhattan del Seicento, del Settecento e dell’Ottocento, siamo arrivati al Ventesimo secolo. Andiamo a scoprirlo con le parole del romanzo New York, di Edward Rutherfurd.

New York nel Novecento

I quartieri di New York

New York è composta da cinque distretti, chiamati boroughs: Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens e Staten Island.

«Poco prima dell’inizio del nuovo secolo queste aree periferiche – Brooklyn e Queens County su Long Island, parte del vecchio territorio olandese del Bronx sopra Manhattan a nord e la rurale Staten Island dall’altra parte del porto a sud – erano state incorporate nella città di New York in espansione. Brooklyn, orgogliosamente indipendente, era stata appena convinta a unirsi. I Five boroughs – i cinque distretti amministrativi – che si erano così formati facevano di New York la metropoli più popolosa al mondo, dopo Londra».

View from the Brooklyn Bridge.

Da lower Manhattan ai nuovi quartieri residenziali

Lower Manhattan è la zona più a sud dell’isola e anche la più antica. I nuovi quartieri residenziali, tra Otto e Novecento sono sorti invece intorno a Central Park, soprattutto lungo il lato sud.

«L’area della città vecchia adesso era tutta commerciale. Anche le gradevoli zone intorno a Greenwich Village o Chelsea, verso nord e a ovest, erano state invase dagli immigrati e trasformate in parte in alloggi popolari. La New York rispettabile si era gradualmente trasferita a nord e continuava a spostarsi. Gli eleganti negozi della vecchia Broadway, come la gioielleria Tiffany, si erano trasferiti nei quartieri alti insieme ai loro clienti […]. La New York alla moda avanzava verso nord […]. I quartieri residenziali migliori erano sulla Quinta, su Madison Avenue e nelle strade limitrofe.
[…] I Vanderbilt avevano costruito le loro imponenti residenze sulla Quinta, all’altezza della Cinquantesima. Da allora, la gente aveva cominciato a costruire più a nord».

59th.

Grand Central Station

Grand Central Terminal è la stazione ferroviaria principale di Manhattan. Qui arrivano e partono moltissimi dei pendolari che lavorano a New York.

«Il commodoro Vanderbilt aveva fatto erigere un capannone ferroviario sulla Quarta Avenue all’angolo con la Quarantaduesima Strada, che fungesse in qualche modo da terminal. In quei giorni la Quarta aveva cambiato nome in Park Avenue, che suonava abbastanza bene. Ma il terminal era un gran caos, gli scali di smistamento si dispiegavano a nord di esso in una striscia orrenda per una decina di blocchi. Persino sopra la Cinquantaseiesima Strada, dove i binari si stringevano ed erano coperti,  il rumore e il fumo che si sollevavano dal centro del viale indicavano che lì sotto doveva esserci un vero e proprio inferno».

The Main Concourse. B&W.

La Statua della Libertà

La Statua della Libertà è uno dei simboli della città e si trova nella baia di New York, su Liberty Island. Al suo interno oggi c’è un museo che racconta la sua storia.

«Il ponte della nave aveva nascosto alla vista il grande monumento, ma adesso tutti i passeggeri si stavano accalcando verso il lato del porto per conquistare la visuale migliore si avvicinava. “La Statua della Libertà”.
Non c’era nemmeno bisogno di spostarsi verso il parapetto. L’imponente statua torreggiava sopra di loro. Il suo braccio sollevato, con la torcia in mano, sembrava grattare il cielo».

Lady Liberty - Statua della Libertà

Ellis Island

Ellis Island è l’isola sulla quale sbarcavano i migranti arrivati via mare prima di poter entrare ufficialmente negli Stati Uniti. Oggi è sede del Museo dell’Immigrazione.

«I passeggeri di prima e seconda classe, quelli con la cabina, non dovevano passare attraverso l’ordalia. Erano già stati sottoposti a una breve e cortese ispezione a bordo prima che la nave entrasse in porto ed erano liberi di sbarcare a proprio piacimento. […].
La principale struttura di Ellis Island era un largo e bell’edificio in mattoni rossi, con quattro torri massicce ai suoi angoli, che proteggevano la linea del tetto dell’enorme salone centrale. La fila di persone si muoveva lentamente ma costantemente verso l’entrata. Quando arrivarono a pochi passi, un uomo stava urlando e i facchini portavano via le valigie […].
Entrarono nella sala di registrazione attraverso una grande porta doppia. A Salvatore sembrava una chiesa; in effetti, il grande spazio, con il pavimento coperto da piastrelle rosse, i corridoi laterali, le pareti torreggianti e l’alto soffitto a botte, copiava esattamente le basiliche romane che si trovavano in ogni parte d’Italia. A venti piedi sopra le loro teste c’era una balconata in ferro che correva lungo il perimetro, da dove i funzionari li osservavano anche dall’alto. All’estremità opposta si trovava una fila di quattordici scrivanie, di fronte alle quali c’erano lunghe code di persone che si snodavano avanti e indietro fra le transenne divisorie».

Ellis Island

Little Italy

Little Italy è lo storico quartiere italiano di New York. Oggi è stato quasi tutto assorbito da Chinatown e rimangono pochi ristoranti.

«Le vie italiane erano quasi tutte affollate come quelle del vicino quartiere ebraico, ma c’erano delle differenze. Lungo alcune di queste c’erano piccoli alberi che facevano ombra. Qui e là, una bella chiesa cattolica, talvolta con un giardino recintato, rompeva la monotona sequenza delle case. Ogni via, inoltre, aveva il suo carattere particolare. La gente proveniente dalla zona di Napoli viveva quasi tutta in Mulberry Street, i calabresi sulla Mott, i siciliani sulla Elizabeth; ogni città importante si prendeva un’area particolare. Cercavano di ricreare, come meglio potevano, la loro terra natale».

Pizzeria in Little Italy.

Coney Island

Coney Island si trova nell’area di Brooklyn, a circa 50 minuti in metropolitana dal centro di Manhattan. Si affaccia sull’Atlantico ed è una zona piena di attrazioni e giostre (attive però durante la bella stagione). Qui nacquero anche i famosi hot dog di Nathan’s.

«Chiunque avesse visitato il posto mezzo secolo prima, quando era un villaggio in riva al mare, sarebbe rimasto sorpreso nel vederlo adesso. Prima ci si imbatteva in una giostra, quindi in un ottovolante, poi in teatrini per spettacoli vaudeville e parchi dei divertimenti. Alla fine del diciannovesimo secolo, in una giornata d’estate si potevano registrare oltre centomila visitatori. Adesso era possibile raggiungere Coney Island persino con la metropolitana».

Il Cotton Club

Il Cotton Club è un locale storico di New York, nella zona di Harlem. Era attivo durante il proibizionismo e si esibivano artisti jazz del calibro di Duke Ellington. Cessò la sua attività nel 1936. Oggi, nella stessa area, c’è un locale con lo stesso nome. Io ho pranzato lì durante il gospel tour.

«Il Cotton Club era un locale di prim’ordine. Dalla strada, posizionato all’angolo di Lenox Avenue, grande e con l’ingresso bene illuminato, lo si poteva scambiare per una sala cinematografica. Soltanto i clienti in abito da sera che scendevano dalle loro costose automobili fornivano qualche indizio di che cosa si celasse davvero al suo interno.
Il club era grande ed elegante. Gli avventori si accomodavano intorno ai tavolini rotondi, al centro dei quali, sopra una tovaglia di lino bianca, era posata una candela. C’era spazio per ballare, ma il segreto del posto era lo spettacolo. Il proscenio era largo e illuminato da luci su ogni lato».

Cotton Club show, Harlem.

Ponte di Verrazzano

Il Ponte di Verrazzano collega Brooklyn e Staten Island. È lungo 1600 metri e fu costruito tra il 1959 e il 1964.

«Non erano in tanti a ricordare che il primo europeo a giungere nel porto di New York, agli inizi del lontano sedicesimo secolo, era stato l’italiano Verrazzano. […] Quando finalmente era stato costruito un grande ponte all’entrata della baia di New York, gli italiani avevano espresso il desiderio che prendesse il nome del navigatore. Robert Moses [n.d.r. commissario ai lavori pubblici di New York] si era opposto, ma quelli avevano esercitato pressioni sul governatore Nelson Rockefeller e alla fine avevano avuto la meglio. E fu giusto così. Era un bene che il grande ponte sospeso, che univa Staten Island a Brooklyn, portasse il nome di un italiano. Perché era uno dei ponti più eleganti mai costruiti fino allora».

El Barrio

El Barrio è la zona orientale di Harlerm, anche conosciuta come East Harlem, e popolata principalmente da persone di discendenza latinoamericana. Oggi c’è anche un museo dedicato a quelle culture, la principale istituzione culturale di questo tipo in città.

«La Novantaseiesima, nel 1977 […], era il confine tra due mondi. Sotto la Novantaseiesima c’erano l’Upper East Side e l’Upper West Side. Sopra c’era Harlem […]. Se le persone che venivano da fuori città immaginavano che in quei giorni Harlem fosse tutta nera, si sbagliavano. A Harlem vivevano numerose altre comunità, e quella decisamente più grande si trovava nel settore meridionale sopra la Novantaseiesima e a est della Quinta.
El Barrio. Spanish Harlem. Patria dei portoricani».

Harlem

Quali tra queste curiosità su New York nel Novecento ti ha colpito di più? Lascia un pensiero tra i commenti 🙂

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INFORMAZIONI

Il libro New York, scritto da Edward Rutherfurd e tradotto da Stefano Viviani, è pubblicato da Mondadori. Racconta la storia romanzata della città seguendo le storie di famiglie e personaggi inventati dall’autore. Ciò che potete leggere all’interno di questi articoli ovviamente è solo una parte e non può in alcun modo sostituire la lettura del romanzo.

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