Sestiere San Polo di Venezia: curiosità, dettagli e chicche per la visita

Le curiosità del sestiere San Polo di Venezia: chicche e dettagli per arricchire la visita in questa zona della città lagunare.
San Polo, uno dei sestieri di Venezia, spesso viene attraversato senza troppa attenzione e chi cammina tra le sue calli molte volte ha in mente un unico obiettivo: il Ponte di Rialto che poi lo porterà a San Marco, ma nasconde anche alcune chicche davvero interessanti. In questo post vi porto a scoprirle.
Curiosità sul sestiere San Polo di Venezia
In questo post ho raccolto chicche e dettagli da notare se lo visitate: storie, proverbi ed eredità di una Venezia del passato che aspetta solo di essere riscoperta.
Il gobbo di rialto
Poco prima di arrivare al Ponte di Rialto dal lato di San Polo c’è Campo San Giacomo di Rialto dove c’è una delle statue più famose di Venezia: quella del Gobbo di Rialto, un uomo che, inginocchiato, sostiene con la schiena una scala.
Da lì il comandador della Serenissima bandiva le leggi, dava annunci o esponeva i nomi delle persone espulse dalla città. Non solo, questo era anche il punto di arrivo delle persone che avevano commesso reati non gravi e che venivano frustate lungo un percorso che iniziava da Piazzetta San Marco, tra le due colonne di San Marco e San Teodoro.

Quando i condannati iniziarono a baciare il gobbo in segno di liberazione, la statua perse il suo significato e così la Repubblica, nel 1545, decise di impedire il bacio della statua. In alternativa incastonò su un pilastro lì vicino una croce che da allora diventò la “Croce dei Frustati”. Oggi la croce non c’è più, ma è rimasta la sua sagoma.
Al di là di questo, la posizione del gobbo non è casuale. In questo luogo in passato c’era il Banco Giro, da molti considerata la prima banca pubblica, dove si incontravano i più importanti mercanti per scambiarsi oggetti di valore o denaro. Un posto molto vivace e, soprattutto, pieno di persone importanti.

Gli altorilievi di Rialto
Il Ponte di Rialto è probabilmente il più famoso di Venezia insieme al Ponte dei Sospiri. Unisce il sestiere San Polo con quello di San Marco e, inizialmente, era stato eretto in legno. Il ponte, però, continuava a crollare o a subire danni, così, nel Cinquecento, la città decise di costruirlo in pietra affidando il lavoro all’architetto Antonio Da Ponte. A questa storia è dedicata anche una leggenda.
Alcuni veneziani erano però molto scettici: secondo loro il ponte non avrebbe mai retto o, comunque, non sarebbe durato molto. Proprio per questo iniziarono a dire “il ponte rimarrà in piedi quando mi crescerà una terza gamba” oppure “se lo finiscono, mi do fuoco”.
Secondo alcuni i modi di dire erano molto più espliciti, come “quando finiranno il ponte, la mia vagina prenderà fuoco” (“quando che i finisse el ponte, me ciaparà fogo la mona“) oppure “finiranno il ponte quando al mio pene crescerà un’unghia” (“‘sto ponte i lo finirà quando ch’el casso farà l’ongia“). In ogni caso il concetto era lo stesso.
Il ponte, però, fu terminato con successo e ancora oggi permette di superare il Canal Grande. In memoria di quello scetticismo, sul Palazzo dei Camerlenghi, a lato del ponte, potete vedere due altorilievi che rappresentano i due modi di dire.

I proverbi di Rialto
La zona di Rialto è ricchissima di curiosità e a pochi passi dagli altorilievi, sui muri degli altri edifici, come la Naranzeria o le Fabbriche Vecchie, ci sono altri dettagli da scoprire. Si tratta di vecchi proverbi veneziani incisi sulle pareti, come:
L’inchiostri tropo neri o tropo bianchi fa i nomi eterni e fa le anime vive.
Una vita di eccessi, nel bene o nel male, rende eterni e memorabili.
Ce ne sono quattro, anche se uno di questi è più una preghiera che un proverbio. Riuscite a trovarli tutti?

Il quartiere a luci rosse di Venezia
Anche la Serenissima, come alcune città contemporanee, aveva il suo quartiere a luci rosse e si trovava proprio a San Polo, a due passi dal Ponte di Rialto. È da qui che arrivano due nomi famosi del sestiere: il Ponte delle Tette e la zona detta “de le Carampane“.
Il primo sembra derivi dal fatto che proprio su questo ponte si affacciavano le giovani prostitute per mostrare il seno e attirare i clienti. Questo atteggiamento provocante pare fosse incoraggiato dal governo veneziano, che, preoccupato dall’aumento degli omosessuali in città, acconsentì alla richiesta delle donne spaventate dal continuo calo di lavoro.
Il secondo, invece, deve il nome alle meretrici di età avanzata che, ormai ritirate, alloggiavano a Ca’ Rampani. L’edificio inizialmente apparteneva alla famiglia omonima, ma, dopo la morte dell’ultimo erede, diventò di proprietà della Repubblica che gli diede la nuova funzione di alloggio per prostitute in pensione. Da qui nacque anche il termine “carampane” usato ancora oggi in italiano.

Campo San Polo e le cacce dei buoi
Campo San Polo è quello che dà il nome all’intero sestiere. Oggi è uno dei più grandi di Venezia, ma un tempo, prima dell’interramento del canale di Sant’Antonio nel 1750, era molto più piccolo.
Non tutti lo sanno, ma questo campo era noto per una manifestazione davvero insolita per Venezia, soprattutto per la Venezia che conosciamo oggi: la caccia dei buoi.
L’appuntamento era fissato per l’ultima domenica di Carnevale e coinvolgeva non solo i buoi, che venivano legati per le corna e trattenuti da due uomini, ma anche i cani, che avevano il compito di attaccare l’animale. L’evento, per quanto seguito e apprezzato, era talmente cruento che fu bandito dal governo francese a inizio Ottocento.

La testa decapitata e il Biscione sul campanile di San Polo
Su un angolo di Campo San Polo c’è il campanile della chiesa omonima, una struttura che è nota soprattutto per le statue che vi sono state posizionate come decorazione.
Si tratta di due leoni: uno che lotta contro un grande serpente e uno che tiene tra le zampe una testa decapitata. Entrambi rappresentano le lotte tra la Repubblica di Venezia e i Visconti di Milano e, in particolare, fanno riferimento alle vicende del Conte di Carmagnola, Francesco Busone.
Dopo essere stato per anni al servizio dei duchi di Milano, a causa di litigi e scontri con i Visconti che gli tolsero beni e terreni, il Carmagnola si pose al servizio della Serenissima. Con una taglia e una condanna a morte sulla testa, Busone, nel 1425, diventò Capitano di Ventura per la Serenissima, che scese presto in guerra al fianco di Firenze, Ferrara, Mantova e Monferrato contro Milano.

Dopo la vittoria dei Veneziani e una tregua che portò i Visconti a riconsegnare terre e beni al conte, lui provò a sciogliere il contratto con la città lagunare per tornare a casa. La Repubblica non accettò, ma gli propose un compenso più elevato per i suoi servigi, mettendolo segretamente sotto sorveglianza per paura di un tradimento.
Quando nel 1430 scoppiò un’altra guerra contro Milano e il Carmagnola fu chiamato alle armi, fallì rovinosamente causando la perdita di territori alla Repubblica. Secondo gli informatori della Serenissima, questo era tutto un piano del conte che voleva indebolire Venezia per tornare a Milano, e così il Doge lo convocò a Palazzo Ducale dove fu arrestato e condannato a morte. Fu decapitato in Piazza San Marco il 5 maggio 1432.
La verità non venne mai a galla e in molti assicuravano l’innocenza del conte, incastrato dagli alleati di Venezia (Ferrara, Mantova e Monferrato) che in realtà temevano l’espansione della Repubblica. La vicenda fu raccontata anche da Manzoni ne Il conte di Carmagnola*.
E quindi eccole lì le statue del campanile di San Polo: il Leone di San Marco che da una parte combatte contro il biscione milanese e dall’altra mostra tra le zampe la testa di Carmagnola.

I simboli templari in Campo Sant’Aponal
Quando vi ho raccontato le leggende del sestiere San Polo vi ho parlato anche del Papa Addormentato in sotoportego della Madonna. Proprio a pochi centimetri da lì c’è un altro dettaglio da notare.
Sullo stipite del sottoportico, infatti, c’è una croce Templare scolpita in un ovale. Un riferimento inequivocabile che ricorda la vicinanza con la casa templare che si trovava a pochi metri da lì.

Il modello del barbacane
In tantissime città italiane dalle facciate dei palazzi più antichi sbucano i barbacani, strutture realizzate per sostenere i piani più alti degli edifici che, per questioni di spazio, sporgevano di più rispetto ai piani inferiori, ma senza intralciare il viavai di merci e persone.
A Venezia, tra i tanti, ce n’è uno un po’ speciale: quello in calle della Madonna, non distante da Rialto e dal Canal Grande. A differenza degli altri fu realizzato in pietra d’Istria, la pietra bianca che caratterizza molti edifici della città e del territorio, e serviva da modello per tutti gli altri in modo da evitare abusi edilizi. Ancora oggi si può notare la scritta “per la iurisdiciom di barbacani”.

Il primo teatro in muratura di Venezia
Prima del 1570 a Venezia c’erano molti teatri, ma tutti mobili, itineranti o composti da attori che si spostavano tra i vari saloni e campi e veneziani senza vere e proprie attrezzature sceniche.
Il primo teatro in muratura, aperto solo durante il Carnevale, comparve proprio nel 1570 vicino a San Cassiano, nel sestiere di San Polo, in quella che oggi è nota come Calle del Teatro Vecchio. Fu abbandonato con l’apertura del Teatro Nuovo, non lontano dal Ponte delle Tette, nel 1637.

La chiesa “della lattuga”
Nicolò Lion fu un procuratore di Venezia, ma è noto soprattutto perché nel 1332, in un periodo turbolento per la città, scoprì la congiura di Baiamonte Tiepolo ai danni del neoeletto Doge (una vicenda della quale vi ho parlato in occasione delle storie e delle leggende del sestiere San Marco).
Un giorno Lion si ammalò e iniziò ad avere una disperata voglia di lattuga. Per soddisfarla, uscì dalla sua abitazione e raggiunse un convento francescano che aveva un orto molto fornito per chiederne un po’. Dopo aver mangiato qualche foglia si sentì subito meglio e guarì miracolosamente. Come voto, decise di costruire una chiesa vicino all’orto miracoloso, di dedicarla al santo del quale portava il nome e di affidarla ai francescani. Nonostante ufficialmente si chiamasse chiesa di San Nicolò, tutti la chiamarono sempre “Chiesa della Lattuga”.
Oggi l’edificio non c’è più, perché dopo l’editto napoleonico fu chiuso e cadde in rovina per essere poi abbattuto nel 1830. Ciò che rimane è la calle che la ricorda: Calle San Nicoleto. Si trova a due passi dalla Basilica dei Frari.

Il diavolo e il Ponte di Rialto
Il ponte di Rialto collega il sestiere di San Polo a quello di San Marco e attraversa il Canal Grande. Inizialmente era in legno, ma poi, nel secondo Quattrocento, fu eretto in pietra su progetto dell’architetto Antonio Da Ponte. La sua costruzione è legata a una leggenda che ha tantissime versioni diverse in città.
Secondo alcune versioni, Da Ponte chiese aiuto al diavolo per realizzare l’arcata principale del ponte, ma quando il demonio apparve per la sua ricompensa, l’uomo si rifiutò di offrire la vita di un essere umano. Il diavolo, furioso, raggiunse la moglie dell’architetto, che era incinta, e la uccise senza troppi scrupoli.
Secondo altre versioni, invece, fu il diavolo in persona a intervenire senza essere stato chiamato o coinvolto, perché invidioso della straordinaria struttura che stava per essere inaugurata. In questo caso minacciò di distruggere il ponte di Rialto se l’architetto non avesse fatto un sacrificio: il primo essere vivente ad attraversarlo sarebbe morto. L’architetto, che non voleva sacrificare nessun essere umano, cercò di ingannare il diavolo e, una volta terminato il ponte, lo fece attraversare da un gallo.

Quando il demonio lo scoprì decise di farla pagare a Da Ponte. Prendendo sembianze umane andò a casa sua e disse alla moglie dell’uomo, che era incinta, che il marito la aspettava con urgenza dall’altra parte del ponte. Quando attraversò Rialto cadde a terra morta.
Nonostante lo sviluppo diverso, tutte le leggende continuano poi allo stesso modo: da quel giorno l’anima del bambino iniziò a vagare, intrappolata, sul Ponte di Rialto. Una notte, un gondoliere che passava di lì sentì un bambino starnutire e, in risposta, urlò “Salute!”. Il bambino lo ringraziò e grazie a questo semplicissimo scambio di parole la sua anima fu salvata e potè lasciare il ponte per sempre.

Estrella, la figlia del Doge
Un’altra leggenda legata al Ponte di Rialto è quella di Estrella, figlia del Doge Agnello “Angelo” Partecipazio, in carica dall’810 al 811, anno della sua morte.
Prima di lui, però, in carica c’era Obelerio, un uomo che, in un periodo in cui la città era contesa tra i Franchi e i Bizantini, si alleò inizialmente con i primi e poi con i secondi. Sentendosi traditi, i Franchi invasero e conquistarono l’isola di Malamocco, all’epoca sede del potere ducale, e i veneziani scapparono rifugiandosi nelle isole di Rialto.

Partecipazio era a capo dei sostenitori bizantini e, in cerca di pace, mandò la bellissima figlia Estrella a Malamocco, convinto che la sua bellezza potesse convincere Pipino, capo dei Franchi, a non inseguire gli abitanti che erano fuggiti e a non perseguitarli.
Lei non riuscì a convincerlo, ma l’aver preso tempo, l’alta marea e le truppe bizantine giunte in soccorso riuscirono a salvare i cittadini veneziani. Poco dopo Angelo Partecipazio, grazie alla sua iniziativa e alla sua costante fedeltà nei confronti dei Bizantini, fu eletto Doge.
Mentre la flotta festeggiava la sua salita al potere navigando lungo il Canal Grande, una pietra lanciata forse da una catapulta, colpì l’imbarcazione sulla quale si trovava Estrella, che cadde in acqua. Il suo corpo non fu mai ritrovato. In quel punto esatto oggi sorge il famosissimo Ponte di Rialto.

Il Papa addormentato
Era il 1177 e Papa Alessandro III era atteso a Venezia per firmare la pace con l’Imperatore Tedesco Federico Barbarossa. Quando raggiunse la città, però, il Papa era convinto che il regnante avesse organizzato un piano per eliminarlo e così decise di non dimorare nel palazzo Patriarcale, dove sarebbe stato ovvio trovarlo e facile ucciderlo. Per questo motivo Alessandro III decise di dormire in incognito all’aperto, ma riparato da un sotoportego non distante da Campo Sant’Aponal, nel sestiere di San Polo.

La scelta del luogo non fu casuale. Si trovava non distante dal palazzo Patriarcale e da una casa che apparteneva ai Cavalieri Templari, all’epoca guardie del Corpo del Papa e noti per essere i custodi del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Oggi l’avvenimento è ricordato attraverso una teca nella quale è stata posta la statua di un Papa addormentato e un’incisione su una tavola di legno posta all’ingresso del sotoportego.
Secondo la leggenda, chi recita in questo luogo un Padre Nostro o un’Ave Maria può godere dell’indulgenza da tutti i peccati.

La storia di Dona Onesta
A Venezia quando si parla di “fondamenta” si fa riferimento al camminamento che costeggia un canale o un rio. Una “strada” diversa dalla calle che, invece, si trova tra due edifici.
Una delle fondamenta del sestiere San Polo è dedicata a una tale “Dona Onesta”, ma nessuno conosce davvero il motivo di questo nome. A rendere il tutto ancora più misterioso ci pensa il volto femminile di pietra che sporge dai mattoni di una delle case.

La prima ipotesi è legata a una leggenda che ha molte versioni diverse. Una di queste racconta che in questa zona, alla fine del Quattrocento, vivesse un abile fabbricatore di spade. Un cliente, che si era innamorato della moglie dell’artigiano, decise di commissionargli un nuovo pugnale in modo da avere una scusa per visitarlo spesso e per vedere la donna.
Un giorno, mentre lo spadaio non c’era, il committente si recò a casa sua e trovando la moglie sola, abusò di lei. La donna, per vergogna, si tolse la vita con lo stesso pugnale che il marito stava creando per l’uomo e da allora venne ricordata come una “donna onesta” e il volto venne posto in suo onore.

Secondo un’altra teoria, meno romanzata, il nome farebbe riferimento a una prostituta che viveva in una delle case affacciate sulla fondamenta e che trattava in modo onesto i suoi clienti o che, forse, si chiamava Onesta.
Una terza ipotesi racconta che, un giorno, alcuni uomini che si trovavano lì iniziarono a parlare dell’onestà delle donne. Uno di loro, indicando il viso scolpito, affermò che quella era l’unica donna onesta esistente in tutta Venezia e da allora fu sempre ricordata così. Voi a quale versione credete?

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