Times Square è una margherita al neon

Un brano dedicato a Times Square tratto dal libro Una casa a New York, di Adam Gopnik.

«Quest’anno cade il centenario della decisione di prendere un incrocio a forma di clessidra centrato su Broadway, fra la Quarantaduesima e la Quarantasettesima Strada, un tempo denominato Longacre Square, e rinominarlo in onore del «New York Times», che aveva appena costruito lì la sua sede. Più che un onore, era un premio di consolazione. L’altro quotidiano, all’epoca più grande e brillante, il «New York Herald», aveva reclamato l’altra piazza, otto isolati più a sud, che all’epoca era più bella e vivace e oggi porta ancora il suo nome da fantasma. Nel 1913, frettolosamente, dopo soli nove anni il «Times» si trasferì in un’importante strada laterale, in un palazzo vescovile neogotico dove da allora ha continuato a sollevarsi le sottane e sbirciare timidamente la sua vecchia casa da dietro l’angolo.

Nessun’altra parte di New York ha mai avuto una sensibilità così melodrammatica, così da «anello dell’umore», per i cambiamenti storici della città legandosi a un’immagine diversa per ogni decennio. Ci fu la Times Square dei primi del secolo scorso, con i giardini pensili e le showgirls; la Times Square degli anni Venti, elegante e trasgressiva, con le canzoni di Ziegfield e Youmans,; la Times Square degli anni Trenta, quella di 42nd Street, tutta chorus lines e intraprendenza; quella degli anni Quaranta, reduce dalla vittoria, celebrata in Un giorno a New York, piena di marinai che baciavano ragazze; la Times Square degli anni Cinquanta, appassita e in bianco e nero, quella di Piombo rovente, con il fumo degli hot dog e i beat trasandati; e poi la Times Square degli anni Sessanta e Settanta, di Un uomo da marciapiede e di Taxi Driver, dove tutto andava a pezzi e i tombini esalavano l’alito dell’inferno. Nessun altro luogo in città è mai salito tanto in alto e sceso tanto in basso. […]

Times Square.

Adesso abbiamo la nuova Times Square, nuova come una margherita al neon, con un gigantesco Gap, un Niketown, un Applebee’s, una ESPN Zone, e gli annunciatori televisivi al di là dei vetri affumicati […]. Per certi aspetti, la piazza non ha mai avuto un aspetto migliore, con le linee diagonali declinanti del Reuters Building, l’insegna curva Art Déco, e perfino il gigantesco dinosauro finto da Toys «R» Us. […]

Il carattere delle insegne di Times Square, per esempio, fu principalmente un’invenzione di O.J. Gude, il re delle insegne di Times Square. Gude, fu il primo a percepire che la particolare forma di Times Square – un triangolo con dei «piatti» alla base e all’apice adatti alle insegne – ne faceva un luogo perfetto per le grandi scritte pubblicitarie dalle marche nazionali: gli spectaculars, come erano chiamate prima della Grande Guerra. Nel 1917, quando Gude fece montare sul lato ovest uno spectacular lungo sessanta metri che mostrava dodici splendenti «lancieri» spasmodicamente impegnati in esercizi ginnici, per la cultura pop americana fu un evento paragonabile, a suo modo, alla prima del Cantante di jazz, dieci anni dopo. Gude ebbe anche la brillante idea di unirsi alla Municipal Art Society, principale voce di opposizione alle grandi insegne, e in seguito collaborò alle ordinanze ce essenzialmente eliminarono le scritte pubblicitarie dappertutto a midtown, tranne che a Times Square. […] La storia del luogo non è la storia dei suoi illuminati; è la storia delle sue illuminazioni. […]

Times Square.

Times Square può essere spettacolare – spectacular: è proprio questo il nome che i fabbricanti della insegne hanno dato loro per un secolo – ma in senso teorico non è affatto uno spettacolo. Non è piena di immagini mediatiche che sostituiscono l’esperienza delle cose reali. È una piazza pubblica, tangibile, fisica, pienamente realizzata, dove persone reali osservano a bocca aperta le cose fatte da altre persone. […]

Ad ogni modo, nella Times Square contemporanea c’è qualcosa di spettrale. Non sei tu a camminare attraversandola, è lei che attraversa te. Una delle cose che contribuiscono a dare vitalità a qualsiasi città – e in particolare a New York – è una trinità costituita da grandi edifici, splendide luci e negozi e curiosi. Nella nuova Times Square i grandi edifici e le splendide luci ci sono, ma mancano i negozi curiosi. Non intendo soltanto piccoli negozi a conduzione familiare, ma anche attività in cui un imprenditore eccentrico e addirittura ossessivo si fa interprete di un gusto parimenti eccentrico e addirittura ossessivo. […]

Times Square.

A Broadway, dalla Quarantaduesima alla Quarantaseiesima Strada, in pratica non è rimasta una sola di queste attività curiose: non un singolo luogo in cui una particolare passione sembri essersi consacrata a un particolare prodotto. Per aggiungere ironia all’ironia, per ricreare qualcosa che abbia un poco l’atmosfera della vecchia Times Square, adesso bisogna andare a est e spostarsi verso la rispettabile Quinta Avenue: verso i mercati di diamanti, i ristoranti brasiliani e i piccoli locali kosher che ancora riempiono le traverse.»

Adam Gopnik, Una casa a New York

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INFO

«Adam Gopnik scrive per il New Yorker dal 1986. Ha vinto tre volte il National Magazine Award for Essays and for Criticism e il George Polk Award for Magazine Reporting. Vive a New York con la moglie e i loro due figli».

Il libro “Una casa a New York” è edito da Guanda ed è possibile acquistarlo in tutte le librerie e online (ISBN 978 88 6088 739 9).

[Le informazioni riguardanti l’autore sono state tratte dal sito www.guanda.it]

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