Intervista a Silvia Cosimini, traduttrice di “Terreni”

In occasione del blog tour dedicato al libro Terreni, di Oddný Eir Ævarsdóttir, ho potuto intervistare Silvia Cosimini, traduttrice italiana dell’opera. In questo post l’intervista completa.

Grazie a Safarà Editore, casa editrice con la quale avevo già collaborato, ho potuto intervistare Silvia Cosimini, traduttrice, critico letterario e insegnante. Silvia è la voce italiana di Terreni, un libro dell’autrice islandese Oddný Eir Ævarsdóttir.

Terreni

Silvia, nata a Montecatini Terme, si laurea in Lingue all’Università di Firenze nel 1992 e parte poi per Reykjavík, dove quattro anni dopo consegue una laurea in lingua e cultura islandese all’Università d’Islanda. Rientrata a Firenze, lavora prima in una casa editrice e poi come insegnante d’inglese di ruolo alle scuole superiori. Non smette però di studiare e di approfondire le sue conoscenze: frequenta il Master in traduzione letteraria della Ca’ Foscari di Venezia e il corso di specializzazione Tradurre la letteratura della SSIT di Misano Adriatico.

Da più di vent’anni si dedica esclusivamente alla traduzione e alla promozione della letteratura islandese contemporanea e medievale. Nell’ottobre 2007 ha ricevuto un premio per il suo impegno in qualità di mediatrice culturale da parte del Primo Ministro islandese Geir Haarde; nel 2011 le è stato assegnato il premio nazionale per la traduzione dal Ministero del Beni e delle Attività Culturali. Dal 2011 al 2014 è stata tutor didattico di Filologia Germanica presso l’Università degli Studi di Bologna.

Flatey

Benvenuta sul blog, Silvia. È un piacere potere intervistare una traduttrice, soprattutto se si ha a che fare con una lingua e una cultura poco conosciuta ai più come quella islandese. Vorrei iniziare a parlare proprio del suo lavoro. Come procede quando le viene commissionata la traduzione di un libro?

Prima di tutto ti ringrazio per avermi invitata sul tuo blog; è sempre un grande piacere vedere che qualcuno dà spazio a un mestiere così poco visibile. Di solito, prima di affrontare la traduzione ho già letto il libro in lingua originale, perché in fase di acquisto dei diritti l’editore mi ha chiesto di valutarlo e di preparare una scheda di lettura, quindi mi sono già fatta un’idea del tipo di ‘voce’ che devo impostare. Faccio una prima versione molto grezza, piuttosto letterale, per sciogliere tutti i nodi dell’islandese, per poi ‘riannodarli’ in italiano durante la revisione. In questa fase chiedo delucidazioni all’autore se non sono sicura di cosa abbia voluto dire in un determinato punto, se ho qualche dubbio interpretativo. Infine faccio una terza lettura leggera, per correggere i refusi, togliere le ripetizioni e adeguarmi alle norme redazionali della casa editrice. Quando è possibile mi piace tenermi accanto un paio di versioni in altre lingue, se ne sono uscite, per vedere quali soluzioni hanno trovato i miei colleghi stranieri, anche se a volte la cosa non fa che moltiplicare i dubbi e le titubanze. A questo punto si sarà sicuramente avvicinata la data di consegna, quindi devo rassegnarmi e rimettere nelle mani della redazione il mio fagotto di ripensamenti dell’ultimo momento e di “avrò trovato la soluzione migliore?”.

jökulsárlón

Nel caso di Terreni si è dovuta confrontare con un diario. Il genere influenza molto il suo lavoro?

Certamente – la traduzione è mimesi in movimento, è entrare dentro il testo originale, assorbirlo, digerirlo e rilasciarlo, come per osmosi, in un’altra lingua, e ogni testo richiede una forma mentale diversa. Un giallo, o una fiaba, tanto per fare un esempio, richiedono un registro e una lingua che non sono quelli di un diario, ma è proprio questo il bello della traduzione, potersi misurare con strumenti comunicativi, registri, stili e generi di volta in volta differenti.

Islanda 2013

Qual è stata la difficoltà più grande, se ce ne sono state, nel tradurre questo libro?

Credo di poter dire che la difficoltà maggiore sia stata proprio il genere: chi tiene un diario vi fa annotazioni personali, non esplicita situazioni come si fa in un romanzo, può permettersi di saltare da un argomento all’altro a caso, tralasciare i dettagli, concentrarsi solo su eventi che hanno rilievo per il soggetto in un determinato contesto, perché un diario non presuppone un pubblico al di là di chi lo scrive; è un po’ come succede con i sogni, o con la memoria. Questo aspetto ‘criptico’ ha richiesto un’ulteriore interpretazione da parte mia e sono stata costretta a intessere un fitto carteggio (elettronico) con l’autrice per farmi spiegare a cosa si stesse riferendo in alcuni punti. È stato molto divertente – una volta per scherzo ci siamo dette che avremmo dovuto pubblicare le nostre mail, che avrebbero potuto fornire materiale per un libro a se stante – però anche molto, molto faticoso. Un’altra difficoltà sono stati i riferimenti storici e letterari di cui l’autrice ha farcito il testo, in gran parte trasparenti per i lettori islandesi ma non certo per il pubblico italiano. Per assurdo, il personaggio che non avevo individuato subito è stato Snoop Dogg! Un altro ostacolo è la creatività linguistica di Oddný Eir, o comunque l’uso che fa della lingua islandese, che spesso diventa uno dei protagonisti del libro e quindi risultava impossibile rendere il testo in italiano fingendo che non ci fosse.

Flatey

Ora vorrei parlare un po’ del suo percorso perché ammetto che mi affascina molto. Cosa l’ha spinta ad avvicinarsi all’islandese? Non è certo una scelta che si può definire comune.

Il mio rapporto con la l’islandese non è stato un colpo di fulmine, diciamo che solo con il tempo e con tanta fatica io e la lingua islandese siamo riuscite a costruire un rapporto proficuo e duraturo per entrambe. Ho conosciuto l’islandese quando avevo vent’anni, al secondo anno di università, durante un corso di filologia germanica in cui dovevamo analizzare una saga medievale. Mi sono entusiasmata per quella letteratura che non conoscevo per niente e che mi è sembrata essenziale e cruda e allo stesso tempo sofisticata, ma non pensavo certo che ci avrei costruito una carriera. Nemmeno quando sono approdata per la prima volta in Islanda nel 1992 avevo idea che quella lingua (che conoscevo solo tramite i testi scritti antichi, e non parlavo per niente) sarebbe stata così importante per il mio futuro, pensavo di proseguire con la filologia, poi invece a Reykjavík ho scoperto tanti autori contemporanei che in Italia erano del tutto sconosciuti e ho cominciato a dare forma compiuta all’idea che magari potevo proporre qualche romanzo; in quello stesso periodo è scoppiata la moda degli autori scandinavi, e a quel punto è stato tutto molto più facile.

Islanda 2013

Come dicevamo, Terreni è un diario e una delle prime cose che ho notato è che per scandire i giorni non vengono usate le date, ma riferimenti a Santi o tradizioni particolari, come può essere quella de il giorno dei mariti. È un modo di fare tipico islandese o è semplicemente lo stile dell’autrice?

È una trovata di Oddný Eir e a me è piaciuta tantissimo, perché mi ha ricordato da una parte i diari di campagna delle signore inglesi, dall’altra gli almanacchi che avevano in casa i miei nonni, con le fasi della luna e i consigli per piantare le verdure nell’orto. Mi è piaciuto anche come spesso l’autrice faccia riferimento a santi e ricorrenze della tradizione cattolica, che si è persa quasi del tutto in un’Islanda luterana da più di cinque secoli. Ed è divertente anche come con il passare dei giorni i riferimenti diventino sempre più personali, o inventati secondo l’occasione: in un punto tra l’altro Oddný Eir parla proprio di costruirsi un calendario personale, che celebri gli eventi salienti della propria esistenza. Bello, no?

jökulsárlón

In Terreni ci sono continui riferimenti alla tradizione, alla natura e a luoghi più o meno sperduti. Vorrei soffermarmi proprio su questi ultimi. Lei ne ha visitato qualcuno tra quelli citati nel libro? Se sì, che ricordo ha di quel posto e che effetto le ha fatto incontrarlo tra queste pagine? In caso contrario, ce n’è uno che l’ha incuriosita più degli altri?

A me fa sempre molto piacere ritrovare luoghi familiari nei libri che sto leggendo o traducendo, riconoscere posti che ho visto o vissuto e vederli descrivere da altri occhi. A chi leggerà questo libro consiglierei di affrontarlo tenendo accanto una cartina dell’Islanda, per orientarsi meglio. Ho apprezzato moltissimo che l’autrice sia andata a cercare i piccoli centri urbani, le piccole comunità, le singole fattorie, anziché concentrarsi sui luoghi più noti e tanto celebrati dagli itinerari turistici. Trovo particolarmente interessanti le isolette del Breiðafjörður, ma anche i villaggi come Stykkishólmur, oppure Eyrarbakki. E devo ammettere che grazie a questo libro ho rivalutato Hveragerði, che ho sempre considerato il posto più brutto di tutta l’isola (chiedo scusa agli abitanti di Hveragerði!): adesso invece ho proprio voglia di provare la loro famosa clinica naturopatica, la prossima volta che vado in Islanda. O magari assaggiare il gelato di cui parla Oddný Eir.

foche a Hvítanes

Non conoscevo l’Islanda e attraverso Terreni l’ho scoperta piano piano, ho curiosato tra la sua storia e, soprattutto, le sue storie perché il libro è pieno di riferimenti alla cultura islandese. Lei invece la conosce sicuramente molto bene, ma questo libro è riuscito ugualmente a regalarle qualcosa di nuovo?

Sicuramente. Questo libro mi ha dato tantissimo, in particolare ho apprezzato l’onestà sui problemi ambientali ed ecologici, in un momento in cui il fragilissimo ecosistema islandese è sempre più esposto al turismo di massa; il romanzo mette a nudo in maniera molto chiara il percorso intrapreso dal governo negli anni successivi alla crisi, con la privatizzazione e la vendita di certe aree interne per sfruttarne l’energia, e ho trovato particolarmente calzante il fatto che la protagonista affronti un viaggio in Inghilterra, alle radici della rivoluzione industriale e sui luoghi di Wordsworth e Coleridge, che furono i primi a insistere perché l’equilibrio tra uomo e natura non dovesse spezzarsi. Insomma, una bella lettura, profonda, ragionata: è stato un libro piuttosto impegnativo da tradurre, ma anche molto… gefandi, come si dice in islandese: che “regala qualcosa”, gratificante.

langjökull

Grazie, Silvia!

Grazie a voi!

L'autrice Oddný Eir Ævarsdóttir e la traduttrice Silvia Cosimini

L’autrice Oddný Eir Ævarsdóttir e la traduttrice Silvia Cosimini (che ha gentilmente fornito la fotografia).

[Tweet “Intervista a Silvia Cosimini, traduttrice di Terreni”]

INFO

Trovate maggiori informazioni sulla traduttrice sul suo sito www.silviacosimini.com. Le foto inserite all’interno del post (tranne la prima) sono state fatte da Silvia Cosimini. Per vedere tutti i suoi scatti sfogliate i suoi album islandesi su Flickr.

Questa intervista è stata fatta in occasione del blog tour organizzato da Safarà Editore. Ecco le altre tappe del viaggio:

Terreni, Oddný Eir Ævarsdóttir

terreniDopo anni di peregrinazioni, la protagonista di questo diario di viaggio torna nella natia Islanda, decisa a trovare un terreno fertile dove vedere crescere le proprie radici e poter nutrire un nuovo amore; un luogo le cui porte sappiano tanto aprirsi al mondo, quanto chiudersi in un abbraccio protettivo. Un grande atto di coraggio per chi, come lei, ha sempre chiesto ospitalità altrove. Questo viaggio alla ricerca di un luogo a cui appartenere la condurrà sempre più in profondità nei luoghi dei suoi antenati islandesi, accompagnata dal ciclo delle stagioni e dai riti e colori che esse scandiscono, dalla memoria delle mitiche saghe nordiche e dai versi immortali dei grandi poeti romantici.

Il libro ha vinto l’European Union Prize for Literature ed è acquistabile sul sito della casa editrice e in libreria.

Maggiori informazioni sull’autrice, vincitrice dell’Icelandic Women’s Literature Prize, sul sito www.safaraeditore.com.

Terreni - Blog Tour - Silvia Cosimini

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11 Comments

  1. 1

    Pochi giorni fa una mia carissima amica si è laureata in Traduzione specializzata a Forlì. Quello del traduttore è un mestiere importantissimo e difficilissimo, molto spesso sottovalutato o affidato a persone niente affatto competenti (e mi riferisco anche al delicato ambito delle traduzioni tecniche). Vorrei che nel mondo ci fossero molte più Cosimini e molti meno traduttori improvvisati e poco formati. Bellissima intervista, Martina, è stato bello vedere dare spazio a una traduttrice che dà lustro alla nostra editoria <3

    • 2

      Io non sono una traduttrice, ma spesso mi accorgo quando una traduzione lascia un po’ a desiderare e quando invece è fatta molto bene. La lettura scorre diversamente, al di là dello stile dell’autore.
      Mi fa piacere sapere che l’intervista ti è piaciuta 🙂
      A presto e grazie 🙂 ❤

  2. 3

    Silvia ha fatto un percorso di studi davvero interessante, a partire dallo studio dell’islandese. E’ bello sapere che anche lingue particolari come questa portano a qualcosa di così bello e creativo, ed è sempre bello trovare titoli riguardanti il mio amato Nord Europa. Se lo trovo in libreria lo prendo volentieri. Bellissima intervista!

  3. 6
    • 7

      Grazie mille! ❤
      Non sono una fan dei diari, ma questo libro mi è piaciuto molto perché mi ha permesso di scoprire l’Islanda attraverso gli occhi e le parole di un’islandese. Te lo consiglio 😉

  4. 8

    La Cosimini! ♥ Non ho avuto l’onore di intervistarla (tra l’altro bravissima, bella intervista), ma l’ho conosciuta anche io! In occasione della presentazione di un libro di Stefánsson in università. Eravamo pochi, tipo una quindicina, quindi è stata una presentazione molto bella e ravvicinata. C’era sia lei che l’autore. La Cosimini è tipo la divinità delle traduzioni dall’islandese, sempre sia lodata!

    • 9

      Grazie mille, Marco! ❤
      Ahah è un piacere leggere il tuo commento e sapere che ti è pure piaciuta l’intervista! Davvero!
      L’islandese è una lingua come poche, è stato un onore poter intervistare Silvia e scoprire qualcosa in più sia sul suo lavoro che sul libro 🙂

  5. 10

    Che bellissima sorpresa Marti! Leggere l’intervista a una traduttrice sul tuo blog mi fa davvero piacere! Mi piacciono moltissimo le domande che hai fatto e come le hai fatte, brava! Questo libro sembra davvero interessante, mi piace il genere del diario 🙂

    • 11

      Ho proprio pensato a te dopo aver cliccato su “pubblica”. 😀
      Grazie, mi fa davvero piacere! ❤ Per me è stato interessantissimo intervistarla dopo aver letto il libro, ho scoperto molte cose in più. Poi quello del traduttore è un lavoro davvero affascinante 🙂

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